Manfredi Valerio Massimo - Antica Roma 03 - 2008 - Idi di marzo by Manfredi Valerio Massimo

Manfredi Valerio Massimo - Antica Roma 03 - 2008 - Idi di marzo by Manfredi Valerio Massimo

autore:Manfredi Valerio Massimo [Manfredi Valerio Massimo]
La lingua: ita
Format: epub
Tags: Fiction, Historical, ebook gratuito - vietata la vendita
ISBN: 9788852010675
Google: IS4a6P1gQQ8C
Amazon: B005SZ54IK
editore: Edizioni Mondadori
pubblicato: 2010-10-06T22:00:00+00:00


In Monte Appennino, ad rivum vetus, a.d. IV Id. Mart., tertia vigilia Monti dell’Appennino, al vecchio rio, 12 marzo, terzo turno di guardia, l’una di mattina

Rufo, che si era liberato non senza difficoltà dello zelo di Carbone, aveva tentato di recuperare il tempo perduto viaggiando più veloce che poteva lungo una scorciatoia che conosceva attraverso un bosco di castagni. Era un tratturo abbastanza agevole in terra battuta dal passaggio di innumerevoli greggi che gli permetteva di tenere un ritmo sostenuto. Di tanto in tanto urtava contro qualche fusto e una gran falda di neve gli cadeva sulla testa o sulla schiena del cavallo ma riprendeva subito la corsa. La neve non calpestata rifletteva ancora luce sufficiente e se ricordava bene fra non molto avrebbe dovuto sorgere la luna. Pensava a Vibio che a quel punto correva altrettanto velocemente verso la Flaminia per attraversare in linea obliqua l’Italia. Era sempre arrivato prima del compagno e voleva batterlo anche questa volta.

Un uccello notturno, forse un allocco, lanciò il suo verso nell’immensità silenziosa della montagna e Rufo mormorò uno scongiuro.

Capitolo XIII

Romae, in aedibus Bruti, a.d. IV Id. Mart., hora secunda

Roma, casa di Bruto, 12 marzo, le sette di mattina

La stanza di Artemidoro era quella di un retore nutrito di letteratura e di filosofia stoica. La sua capsa traboccava di rotoli, ognuno con la propria etichetta rubricata.

Era tutto il suo patrimonio e non se ne separava mai. Sedeva su una scranna di legno con il fondo di cuoio scuro e uno schienale dello stesso materiale. Sul tavolo di lavoro una brocca d’acqua e un cestino dei suoi dolci preferiti che gli preparava una servetta delle cucine, concessione edonistica che cercava di nascondere ogni volta che qualcuno bussava alla sua porta.

Il suo rapporto con il padrone di casa era basato principalmente sulla trasmissione di abilità tecniche nella lingua greca, come la grammatica e la sintassi del discorso, l’impostazione della voce e l’abilità nel porgere e citare i grandi autori con la dovuta enfasi e la necessaria partecipazione. Da lui Bruto non aveva mai voluto ricevere insegnamenti di vita o di meditazione filosofica e questo lo faceva sentire sminuito, svalutato nella sua statura intellettuale. Se a volte intavolava l’argomento, il suo interlocutore cambiava discorso, facendogli intendere che non lo considerava all’altezza. Era questo il vero motivo per cui Artemidoro odiava il suo allievo e sarebbe stato pronto a tradirlo. Non sopportava l’esclusione, la stima inadeguata della sua levatura di filosofo.

La fede stoica di Bruto era profonda, quasi fanatica, e il suo idolo, come tutti sapevano, era lo zio morto a Utica. Catone, il patriota, colui che aveva preferito morire piuttosto che implorare la vita dal vincitore, che rinunciare alla libertà.

La sua adesione alla causa pompeiana prima della battaglia di Farsalo aveva avuto per lui il significato di una scelta eroica: Pompeo aveva fatto uccidere suo padre, ma poiché in quel momento era lui il difensore della repubblica, conveniva schierarsi al suo fianco dimenticando le ragioni personali e della famiglia.

Il cubicolo di Artemidoro comunicava direttamente con il suo studio e quella mattina, all’alba, ancora nel dormiveglia, aveva sentito dei rumori.



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